

106. Dopo l'8 settembre: le scelte possibili.

Da: C. Pavone, Rileggere oggi la Resistenza, in Cinquant'anni di
Repubblica italiana, a cura di G. Neppi Modona, Einaudi, Torino,
1996.

Analizzare le cause di una guerra civile  indubbiamente assai
complesso e delicato, specialmente quando si tratta di fatti, come
quelli verificatisi in Italia dopo l'8 settembre 1943, che hanno
lasciato ferite ancora non completamente rimarginate. Nel seguente
passo lo studioso italiano Claudio Pavone affronta la questione
con notevole equilibrio; egli cerca infatti di individuare le
ragioni delle diverse strade seguite allora dagli italiani,
affermando che anche la scelta di proseguire la guerra a fianco
della Germania, seppure sbagliata, fu determinata da motivazioni
rispettabili, come quella di combattere il nazifascismo. Coloro
che intrapresero la prima strada  pensavano di trovare un'uscita
perseverando in ci che aveva prodotto la catastrofe; chi opt
per la seconda mirava a reinserire attivamente l'Italia nel
contesto democratico internazionale non aspettando la liberazione
soltanto da parte degli alleati.


L'8 settembre, come tutti i grandi eventi storici, rese possibile,
a chi non si adattava ai faticosi espedienti imposti
dall'indifferenza, percorrere la via del riscatto (la parola 
certo retorica, ma ben esprime ci che la Resistenza nel suo
complesso ha voluto essere); ma anche la via della ricerca di una
uscita perseverando in ci che aveva prodotto la catastrofe:
riportare cio al potere il fascismo, continuare la guerra al
fianco della Germania. Questa fedelt alla guerra apparve ad
alcuni l'unica possibilit per salvare l'Italia e il suo onore
militare, la sua stessa identit nazionale. Dico questo con
rispetto: poich se, come  giusto che si faccia, vogliamo
riesaminare oggi le motivazioni che indussero una parte della
giovent, e non solo della giovent, a collocarsi a fianco del
rinato governo fascista della Repubblica Sociale Italiana, allora
dobbiamo saper comprendere anche le motivazioni rispettabili di
una parte di coloro che si schierarono dalla parte sbagliata.
Un paese come l'Italia, privo nella sua storia di nette e
incontrovertibili fratture, ha tutto da guadagnare a rivendicare,
come tavola di fondazione di una propria rinnovata identit, il
momento di verit rappresentato dalla guerra civile tra i fascisti
e gli antifascisti. Lo stesso fascismo pu ritrovare il proprio
spessore storico - quello di una delle possibili soluzioni
totalitarie dei problemi del secolo ventesimo - assai meglio nella
sua collocazione in questo teso contesto internazionale che nelle
edulcorate visioni di un regime bonario, sfilacciato, con qualche
velleit modernizzante, magari cinico, intessuto di doppi giochi,
e perci consonante con la consolatoria e rassegnata immagine con
la quale spesso il popolo italiano ama autorappresentarsi fino a
trasformarla quasi in un motivo di compiacimento. E' per questo
che occorre prendere in esame il comportamento non solo dei
fascisti militanti, culturalmente convinti ed esistenzialmente
consonanti coi nazisti ma anche di quella parte di giovent che
ritenne di dover continuare la guerra a fianco della Germania per
motivi di onore militare.
Questo atteggiamento derivava da un'idea distorta di nazione, come
se la nazione fosse caratterizzata dalla possibilit di fare
guerre e dalla necessit di vincerle. Sul piano psicologico questo
atteggiamento pot essere alimentato dall'illusione che fosse
ancora possibile un capovolgimento delle sorti della guerra,
magari grazie alle armi segrete che si diceva fossero in corso di
fabbricazione in Germania. Ma  preoccupante che quelle posizioni
vengano oggi acriticamente riproposte: affermare che con la
sconfitta nella guerra fascista si sia irrimediabilmente dissolta
la stessa nazione italiana , filologicamente, la tesi dei
fascisti che aderirono alla Rsi. E significa, in definitiva,
identificare l'Italia con il fascismo.
Coloro che aderirono alla Resistenza optarono per un'altra
scommessa. Essi ritenevano che la sconfitta e il precipizio in cui
era caduta l'Italia fossero dovuti al fascismo, e che perci
occorresse reinserire attivamente l'Italia nel contesto
democratico internazionale non aspettando la liberazione soltanto
da parte degli alleati, ma cercando di cooperare e di collaborare
con gli alleati stessi, sia pure nei limiti che la situazione di
un paese disastrato dai due decenni precedenti e dalla guerra
poteva consentire. E' questa tensione che spiega la possibilit di
coesistenza all'interno del movimento resistenziale di motivazioni
strettamente patriottiche e di motivazioni che si possono ben
definire di guerra civile, poich i fascisti erano italiani come
gli antifascisti.
L'analisi delle motivazioni delle adesioni all'una o all'altra
posizione non pu esaurire il discorso storico, che deve sempre
tener conto anche dei risultati; ma ha il pregio di rimettere sul
tappeto l'annoso problema della assunzione di responsabilit
storica da parte di tutti gli italiani: il fascismo  stato
inventato in Italia, ha radici autoctone e ha conquistato il
potere senza l'aiuto straniero. Chi era poi convinto che il
fascismo fosse stato appoggiato in misura decisiva dal padronato
industriale e prima ancora da quello agrario, connotava
ulteriormente la guerra civile come guerra o lotta di classe.
Eredit della Resistenza, valore della Costituzione, continuit
dello Stato, eredit del fascismo (pi tenace di quanto
l'ottimismo resistenziale induceva a pensare) sono in definitiva
ancora oggi temi che ogni considerazione sulla storia del
cinquantennio repubblicano deve prendere in esame, intrecciandoli
con la riflessione sui profondi mutamenti avvenuti nella societ e
nella cultura italiane e nel quadro internazionale, durante la
guerra fredda e dopo la fine di essa. Storia e coscienza civile
possono ancora, su questo terreno, cercare il loro sempre mobile
punto di equilibrio.
